VITA VERA

Gesù disse: ” io sono la Via, la Verità e la Vita!!!”

Mar
09

Evangelici come noi…

Posted by vitavera on Marzo 9, 2008

CALCIO:

NICOLA LEGROTTAGLIE

“CON LA FEDE LA MIA VITA E’ CAMBIATA”

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Nicola Legrottaglie è un giocatore di calcio della Juventus, nato il 20 Ottobre 1976 a Gioia del Colle, fa il difensore. Legrottaglie incominciò con le giovanili del Bari nel 1994. Dopo i primi anni di esperienza in Serie C1 con la Pistoiese e il Prato tra il 1996 e il 1998, Legrottaglie fu acquistato dal Chievo nella stagione 1998/99. In seguito, il difensore passò in prestito alla Reggiana, per poi ritornare con gli scaligeri l’anno successivo, quando la squadra veronese fece il suo storico ingresso in Serie A. Legrottaglie esordì nella massima serie il 14 ottobre 2001 contro il Brescia.

Nelle due stagioni di militanza al Chievo, Legrottaglie fu uno dei protagonisti della “favola” che accompagnò la squadra presieduta da Luca Campedelli, tanto da essere convocato da Giovanni Trapattoni in Nazionale, esordendovi il 20 novembre 2002 nella gara amichevole contro la Turchia. Dopo aver segnato anche il primo (e finora unico) gol in Nazionale contro la Svizzera in amichevole il 30 aprile 2003, il difensore divenne l’oggetto del desiderio dei grandi club italiani, finché, nella stagione 2003/04, Legrottaglie fu acquistato dalla Juventus, che lo strappa alla Roma. Che è successo di importante nella sua vita oltre a questo bel curriculum? Scopriamolo in questa intervista dell’Espresso che vi proponiamo per la lettura.

La nuova vita di Legrottaglie
“Sono fratello Nicola: ho incontrato Gesù, leggo la Bibbia”
“Faccio parte degli Atleti di Cristo, come Kakà. Frequento la chiesa evangelica, una comunità di Beinasco”Il cambiamento - Ho passato molte notti in discoteca. Se stavo dieci giorni senza una donna battevo la testa contro il muro. Adesso posso tranquillamente farne a meno: so che la persona giusta arriverà Nicola Legrottaglie è davvero quello che sembra, o che sembrava?

«Le meches bionde, l´aria da fighettino, la fama di tiratardi e di donnaiolo?».

Quello.

«Credo che qualcosa sia cambiato, rispetto a tre anni fa».

E cosa?

«Qualcosa di vero c´era: ho sbagliato a curare troppo l´esteriorità e a non mostrarmi per quello che sono veramente. Per fortuna me ne sono accorto in tempo. E nel gennaio del 2006 ho avuto l´incontro che mi ha cambiato la vita».

Chi ha incontrato?

«Una persona molto speciale. Si chiama Gesù».

Ha scoperto la vocazione, vuol dire?

«Ho avuto un´educazione religiosa, ma quel che sapevo l´avevo imparato al catechismo, avevo un´istruzione dogmatica. Ora la mia esperienza spirituale è diversa, più profonda. Vivo seguendo la parola di Dio e gli insegnamenti della Bibbia. Ho capito, finalmente».

Chi le è indicato la strada?

«Stavo a Siena e a gennaio arrivò un ragazzo dal Crotone: Tomas Guzman. Un giorno bussò alla mia schiena e mi disse: Nicola, perché non credi in Gesù? È stato lì che ho aperto gli occhi e ho cominciato questo bellissimo cammino».

Come testimonia la sua fede?

«Con la preghiera, con la lettura della Bibbia e con comportamenti coerenti. Qualsiasi cosa faccia, mi chiedo cosa farebbe Gesù al posto mio. È chiaro che sono un uomo e quindi è nella mia natura sbagliare, però so cosa è giusto e cosa no. Prima ero pieno di rancori, adesso c’è spazio per il perdono. E vivo meglio».

Riesce ancora a riconoscere il Legrottaglie di qualche anno fa?

«Riconosco il cambiamento e rivedo un tipo appariscente, superficiale. Le mie prospettive sono cambiate: se prima potevo essere contento di giocare bene qualche partita, ora la vittoria è seguire la parola di Gesù, e poterne parlare».

E ne parla?

«Certo, l´evangelizzazione è una delle mie missioni. Faccio parte degli Atleti di Cristo, sono il primo italiano a essere entrato in questo gruppo. E poi frequento la chiesa evangelica di via Spalato e un´altra comunità di Beinasco. All´inizio erano stupiti di vedere un calciatore tra di loro, ma adesso sono soltanto Nicola. Anzi, fratello Nicola: tra di noi ci chiamiamo così».

Non l´abbiamo mai visto fare il segno della croce in campo, come molti colleghi: come mai?

«Quelli sono gesti che possono essere scambiati per scaramanzia, il mio rapporto con il Signore è personale. In pubblico contano i comportamenti, le parole, la condivisione di quello in cui credo, l´osservazione dei dieci comandamenti, la volontà non peccare e anche di non fare cose contrarie a questa morale».

Tipo?

«Andare in discoteca e ubriacarsi, per esempio».

E il donnaiolo Legrottaglie dov´è finito?

«Non c´è più. Ne ho fatte di notti al Toqueville, all´Hollywood. Se stavo dieci giorni senza una donna battevo la testa contro il muro, mentre adesso sono serenissimo anche senza, perché so che la persona giusta arriverà e quando la incontrerò sarà ancora più bello».

Le piace molto parlare della sua fede?

«Sì, perché voglio condividerla e trasmetterla. Mi basta mettere il dubbio a chi mi ascolta, non pretendo molto di più. Ma credo che mi impegnerò sembra di più per diffondere la parola di Cristo».


Potrebbe diventare un´occupazione a tempo pieno, quando smetterà con il calcio?

«Non lo escludo. Quando ero bambino, nelle mie ingenue preghiere dicevo a Dio che, se mi avesse fatto arrivare in serie A, in cambio sarei diventato missionario. Lui la sua parte l´ha fatta, ora tocca a me».

Farebbe anche il missionario di frontiera, magari in Africa?

«Perché no? Andrò dove Gesù vorrà, sarà lui a indicarmi la strada».

Mai nessuna le ha chiesto se si è bevuto il cervello?

«No, anche se qualche presa in giro l´ho dovuta incassare. Ricordo, per esempio, quando mi feci male alla spalla, a Napoli. In altri tempi l´avrei presa come una disgrazia: tornavo a giocare dopo molto tempo e subito mi capitava un guaio, ma già lì, per terra sul campo, pensavo che avrei superato la prova che Gesù mi aveva proposto. Però i miei amici mi dissero: visto cosa ti fa il tuo Dio? E adesso che sto bene, che gioco bene, mi chiedono se continuo a essere convinto che sia merito di Dio. Certo che lo sono. Non avrei questa serenità, altrimenti».

Come si concilia la sua spiritualità con un mondo così superficiale come quello del calcio?

«Il materialismo è inevitabile quando circolano tanti soldi, gli uomini ne sono attratti. Ma per fortuna non sono solo. Anche Kakà è un Atleta di Cristo».

È cambiato anche il rapporto con la sua professione?

«L´idea di guadagnare è passata in secondo piano, ma l´ambizione è anche più forte di prima: la mia serenità mi aiuta e fare bene il mio lavoro è importante. Non sono un campione, ma so che posso tornare a essere quello che ero prima: un giocatore che ha meritato la nazionale e poi la Juventus, che può ritenersi degno di stare a certi livelli».

Se le dessero del fanatico, cosa risponderebbe?

«Prima ero schiavo dei desideri più banali. Ma adesso mi sono liberato e il mio desiderio più grande è che qualcuno mi segua».

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Kaká (Ricardo Izecson dos Santos Leite)

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Com’è stato il tuo incontro con Gesù?

Sono nato in una famiglia cristiana, i miei genitori erano già convertiti, erano della chiesa evangelica battista.


Qual è stato il momento principale della tua conversione che ti ricordi che Dio abbia fatto per te?

Il momento principale è stato il mio battesimo avevo 12 anni, nella chiesa evangelica “Rinascere”, in quel tempo ho avuto liberazione. Dio ha fatto questo per me: ho sofferto di una forte contusione! Era una cosa molto seria, infatti nell’ottobre del 2000 sono andato a visitare e miei nonni e dopo sono andato in un club dove c’è una piscina. A bordo piscina c’era uno scivolo ed io sono andato a giocare sullo scivolo e quando sono entrato in acqua ho sbattuto con la testa sul fondo, uscii dall’acqua e sentii molto dolore. Mio fratello mi disse che usciva del sangue. La prima cosa che i miei genitori hanno fatto è stata una preghiera, mia madre diceva che in quel momento c’era una battaglia spirituale. Dopo siamo andati al pronto soccorso e dai raggi risultò che tutto era a posto. Due giorni dopo, mentre giocavo a calcio, sentii un dolore insopportabile e tornai al pronto soccorso, rifeci le radiografie e questa volta i medici dissero che avevo una frattura alla sesta vertebra, mi dissero: “Sei stato fortunato! Potevi rimanere sulla sedia a rotelle e finire la tua carriera!”. In questo ho visto la mano di Dio, sono rimasto due mesi a casa a riposo e in quel periodo sono cresciuto molto nelle vie del Signore.


Qualcuno si è convertito attraverso la tua testimonianza? Com’è successo?

Credo di sì, conosco tante persone e calciatori. Ho un amico che considero come un fratello, lo chiamano “IL GALLO”, giocavamo insieme nei juniors, oggi lui sta diventando un professionista nel San Paolo. Lui è venuto a Santa Catarina, e quando è arrivato non era ancora convertito. Siccome la sua famiglia abitava lontana lo invitavo sempre a venire a casa mia il sabato e la domenica, e piano piano lui ha cominciato a venire in chiesa insieme a noi. Oggi lui è una benedizione.

Pregavate prima delle partite di calcio del mondiale insieme ai suoi compagni? E come vedevano questa situazione i non convertiti?

Ci riunivamo io, Lucio ed Edmilson pregavamo sempre prima e dopo le partite e invitavamo anche gli altri. Denilson qualche volta è venuto alle riunioni, ma anche Junior e Roberto Carlos. L’ambiente era molto bello, pregavamo sempre, poi parlavamo e leggevamo la Bibbia. Questi incontri si svolgevano in una saletta.

Quella maglietta con la scritta “I Belong to Jesus” (Io appartengo a Gesù) che hai usato in finale di Coppa del Mondo,(2002) l’avevi portata dal Brasile? Eri sicuro di vincere?

Porto sempre con me tre maglie, una era quella che avete visto, sull’altra c’è scritto “Dio è fedele” e sulla terza “Gesù ti ama”. La FIFA aveva vietato di mettere queste maglie sotto le casacche, ma in finale nessuno poteva impedircelo e così senza dire niente a nessuno io, Lucio ed Edmilson ci siamo messi tre maglie diverse. L’anno prima avevo rilasciato un’intervista in occasione di una premiazione ed avevo detto che il mio sogno era quello di gridare al mondo durante il mondiale che appartengo a Gesù, insomma è stato il compimento di una promessa.

Il momento principale per noi cristiani è stata quella preghiera di gruppo, com’è cominciato? Chi ha iniziato? I giocatori hanno capito l’effetto che aveva quella preghiera?

In tutto il mondo si è detto che quello è stato un momento speciale. E’ successo così: ho visto Edmilson che si avvicinava e ci siamo inginocchiati a terra, poi lo Spirito Santo ha mandato anche Lucio che era dall’altra parte del campo. Tutte le televisioni del mondo hanno visto quelle immagini e per noi è stato veramente speciale!

Pensi che quella sia stata una manifestazione della potenza di Dio?

Penso di sì. Perché noi avevamo pregato prima del mondiale per questo. Avevamo detto che il nostro proposito con Dio era che la squadra che vincesse quella onorasse il nome del Signore. Se era il Brasile lo avremmo fatto noi altrimenti qualcun altro di altre squadre. Ringraziamo Dio che lo abbiamo fatto noi.

Qual è l’importanza di Gesù nella tua vita?

Dico sempre che non esiste un’altra forma, la sua importanza è totale, lui sta al primo posto nella mia vita!

Che messaggio dai ai giovani coinvolti nella droga e nell’alcool?

Di lasciar perdere! Questa è una mancanza di responsabilità, sia nei confronti di Dio che in tutto il resto. Ad esempio nessuno si sposa più! Nessuno vuole più la responsabilità e così si finisce nell’alcool e nella droga che per loro è allegria e felicità ma non è così! Per essere felici bisogna prendersi degli impegni con Dio!

Lancia un messaggio per chi vuole fare il calciatore come te.

Abbiate pazienza, è importante perseverare, se è nella volontà di Dio tutto di avvererà!

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PUGILATO:

GEORGE FOREMAN

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Due volte campione del mondo nella categoria dei pesi massimi

George Foreman, uno dei campioni di pugilato più famosi del mondo, nato il 10 Gennaio del 1949, anche se sul ring con i suoi guantoni rossi mette paura, nella vita privata ama i bambini, il mangiare, gli animali, i libri e la pesca.

Nella prima fase della sua vita nel 1968, vinse la medaglia d’oro alle olimpiadi di Città del Messico. Il 22 gennaio del 1973 conquista il titolo mondiale dei pesi massimi, battendo Joe Frazier per K.O. alla seconda ripresa. Nel Novembre del ‘74 perde il titolo contro Mohammed Ali a Kinsasha (Zaire).

Nel ‘77 perdendo contro Jimmy Young si ritira. Nella seconda fase della sua vita nel 1987 a trentotto anni ritorna sul ring e vince, battendo Steve Zonski per K.O. e nel 1994 all’età di quarantacinque anni diventa campione del mondo per la seconda volta, battendo Michael Moorer alla decima ripresa per K.O.

Parlando della propria rinascita spirituale George ha detto: “Dio mi ha dato il talento di essere un buon pugile. Prima di tutto però, sono un testimone del nostro Signore Gesù Cristo - questa è la mia vera professione. Il pugilato è soltanto un lavoro per guadagnare del denaro, per me e per la mia comunità. Ma non è stato sempre così.

Mia madre andava sempre in chiesa. Mi diceva sempre «vieni con me», ma non mi piaceva andarci. In quel periodo ero già famoso e ricco, grazie alla medaglia d’oro che avevo vinto ai Giochi Olimpici in Messico, nel 1968. Volevo godermi la vita e mi piaceva divertirmi. Per questo motivo rifiutavo sempre la Bibbia: odiavo quel libro, e non volevo avere niente a che fare con quelle che allora definivo delle stupidaggini. Qualche anno più tardi Gesù comincio a lavorare nel mio cuore. Dopo l’incontro con Mohammed Ali in Zaire, mi misi a leggere la Bibbia per la prima volta. Poi, nel 1977, ci fu l’incontro indimenticabile con Jimmy Young. Quando si vince, i sentimenti di gloria ti assalgono, una persona si sente forte, invincibile, quasi un dio, ma quando dopo un gancio ti ritrovi umiliato al tappeto, per K. O., vorresti scomparire sprofondando nel cuore della terra. In quel tempo il mio rabbioso rifiuto di Dio cambiò direzione, ebbi una riflessione che cambiò la mia vita. Mi vidi come morto e poi tornavo in vita; vidi come se il sangue di Gesù bagnasse le mie mani … in quel momento, anche se non ero mai stato un credente, Gesù per me cominciò a vivere, e presi a leggere la Bibbia regolarmente.

Da quel momento per me cambio tutto, e iniziai a raccontare a tutti quello che mi era successo. Fui invitato spesso a parlare della mia esperienza con Gesù. Iniziai a visitare anche delle prigioni e a tenervi delle predicazioni. La cosa più bella della mia vita è stata aver trovato Gesù. Egli promette: «Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me. Chi vince lo farò sedere presso di me sul mio trono, come anch’io ho vinto e mi sono seduto con il Padre mio sul suo trono» (Ap. 3:20-21). Quale più bella vittoria, sedersi sul podio più alto, il trono di Dio. Anche se qui in questo mondo dovessi perdere tutto, nessuno e niente mi potrà mai più togliere la pace e la vittoria che ho con Gesù, ed è quello che auguro anche a te“.

George Foreman abita ora a Marshall nel Texas, e ha nove bambini. È un predicatore del Vangelo e conduce un centro di accoglienza per giovani che si chiama “The George Foreman Youth and Community Center”.